Apologia di Socrate – Platone (a cura di P. Palazzesi)

Scritto da Noemi Giovino

Pubblicato il 3 Dicembre 2020

Dopo aver parlato di Senofonte e di Luciano, aver viaggiato con loro verso luoghi veri e inventati, e attraverso la storia, la lettura che vi propongo oggi è di tutt’altro genere. O meglio, non è di un viaggio che si parla, non di uno convenzionale per lo meno. 

Il testo di oggi è L’apologia di Socrate, scritta da Platone tra il 399 a.C. e il 388 a.C. che fu, probabilmente, testimone oculare del processo al suo maestro. La domanda che sorge spontanea è “ Caro nostro, ma dopo aver parlato dell’Anabasi, dopo aver scritto del viaggio sulla luna di Luciano, che c’entra adesso una difesa in tribunale di un filosofo?”.

Ebbene, l’apologia di Socrate è anch’essa un viaggio. Questa volta saremo noi a viaggiare. Questo breve testo ci trasporterà all’interno del tribunale dell’Areopago, nel quale vedremo Socrate difendersi dalle accuse che gli furono mosse fino a quel momento. Leggendo, si viene trasportati accanto al filosofo, sembra di vedere gli accusatori e tutto il popolo ateniese schierato lì davanti a noi mentre al nostro fianco Socrate arringa la folla, e mentre parla, quasi non ci accorgiamo di come lentamente veniamo trasportati all’interno del suo io più profondo. Ci si trova a guardare con stupore la rettitudine di un uomo che sta andando incontro alla morte. Infatti anche se consapevole di quale sarà il suo destino, nel caso in cui non rinunciasse alla sua vocazione, Socrate, decide di essere coerente con se stesso e dando prova di una morale saldissima e una ferrea convinzione nelle sue idee, dice infatti:

“[…] Ora, sarebbe molto brutto se uno di voi, considerato superiore per sapienza, coraggio o per qualche altro merito, si comportasse, poi, diversamente, come ho visto fare ad alcuni, anche di un certo prestigio, che durante il processo si lasciavano andare a manifestazioni incredibili di dolore, quasi che morendo, dovessero andare incontro a qualcosa di terribile e, una volta assolti, invece, diventare immortali […]  Chi tra noi conta qualcosa, cittadini, non può abbandonarsi a simili atti, anzi, se lo facesse voi dovreste impedirglielo e mostrarvi inflessibili nel condannarlo […] Quindi cittadini non pretendete da me un contegno che giudico indecoroso, ingiusto e volgare, tanto più, poi, che sono stato accusato di empietà dal qui presente Meleto. Infatti, se io tentassi di influenzarvi, di far di far violenza, con le mie preghiere, su di voi che avete giurato, oh, allora si che vi insegnerei a non credere negli dei e la mia difesa sarebbe una lampante accusa che non vi credo io stesso.”

C’è ben poco da aggiungere, se non che da questo testo c’è molto da imparare, e credo sia un dovere morale leggerlo almeno una volta nella vita.

 Piero Palazzesi, scrittore e archeologo

 

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