La slitta di Ambrosia: i Marubini di Cremona

Scritto da Filippo Soldi

Pubblicato il 13 Dicembre 2021

Inauguriamo un ciclo di nuovi approfondimenti culturali che accompagnerà i lettori Ambrosiani lungo tutto il periodo delle festività natalizie. Ecco a voi: La slitta di Ambrosia. Vi porteremo alla scoperta di usi, costumi, tradizioni e folklore delle regioni d’Italia in un percorso affascinante e tutto dal sapore natalizio.  Il secondo appuntamento ci porta direttamente a Cremona.

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Oggi vogliamo parlarvi dei “Marubini di Cremona”. Non si tratta di un piatto natalizio, ma ve ne parliamo ora perché, per la sua complessità, di solito veniva preparato per il pranzo di Natale. La preparazione di questa particolare pasta ripiena da mangiare in brodo, infatti, era un vero e proprio rito che spesso coinvolgeva tutta la famiglia: chi faceva una cosa, chi ne faceva un’altra. Il Natale era uno dei momenti più importanti dell’anno. Dopo tanti pasti frugali, per non dire scarsi, infatti, ci si ritrovava tutti insieme a tavola a godere di una bontà e di un’abbondanza che, allora, erano molto rare. Si tratta di una ricetta antica, tramandata anche in modi diversi.

Ne parla, ad esempio, Bartolomeo Sacchi, detto il “Platina” perché originario di Piadena, paese non lontano da Cremona, che nel 1472 fu nominato da Sisto IV prefetto della Biblioteca Vaticana, come ci mostra il bellissimo dipinto di Melozzo da Forlì. Nel suo De honesta voluptate et valetudine, infatti, il Platina ci parla proprio di questo piatto dicendo che le palline di ripieno devono avere, più o meno, la grandezza di una castagna. Egli ci suggerisce, così, anche la possibile etimologia del nome “marubini”, che deriverebbe proprio da “marroni”, vale a dire le castagne. In un testamento del 1572, poi, una “rodella da far li marobini” è uno degli oggetti che fanno parte del lascito ereditario. In epoca più recente ne parla con passione anche Ugo Tognazzi, che ne dà una versione particolarmente ricca ed elaborata.

Questi marubini sono, in sostanza, dei “ravioli” di pasta con un ripieno composto, tra le altre cose, da brasato da vitello, carne di maiale, grana padano e, secondo la tradizione, cervella di manzo lessata. Vengono cotti nei famosi “tre brodi”, vale a dire brodo di pollo (o cappone), di manzo e di salame da pentola che, preparati prima separatamente, vengono poi miscelati proprio per far cuocere i marubini. Si tratta di un piatto che ti riscalda in quelle giornate di nebbia in cui non riesci a vedere nemmeno la casa del tuo vicino. Ed è un piatto che, secondo la leggenda, una volta salvò la vita a un papa e a un imperatore.

Nel gennaio 1414, infatti, Sigismondo di Lussemburgo e papa Giovanni XXIII (considerato in seguito un “antipapa”) si trovarono a Cremona perché entrambi in viaggio verso Costanza, dove si sarebbe celebrato il XVI Concilio ecumenico della chiesa cattolica. Il signore di Cremona, Cabrino Fondulo, era noto per le sue particolari efferatezze. La sua salita al potere era avvenuta grazie a omicidi, tradimenti e massacri. Per il papa e per l’imperatore, Cabrino aveva progettato una fine molto particolare: li avrebbe condotti in cima al Torrazzo, l’altissima torre campanaria di Cremona (circa 112 metri), da lì gli avrebbe fatto ammirare il bellissimo panorama (evidentemente non era prevista nebbia!) e poi, con una spintarella li avrebbe spediti direttamente in Paradiso. Prima di fargli fare tanti gradini, però, Cabrino volle offrirgli un pasto corroborante con i “marubini di Cremona”. Il problema è che i due illustri ospiti, vinti dalla bontà di questi “rubini di Cremona”, si sperticarono in elogi, ringraziamenti e, forse, anche promesse. Cabrino, quindi, si trattenne dal commettere questo suo ennesimo delitto, forse con la speranza che i due tenessero fede a quanto detto. Non risulta, però, che né il papa, né l’imperatore, poi, furono di parola, ma tant’è. Rimase, comunque, il detto che “i marubini fanno resuscitare i morti”.

Per tutti i cremonesi, infatti, che ben conoscevano Cabrino, papa e imperatore, nel momento in cui si erano messi nelle sue mani, erano da considerare già “morti”. Certo, si tratta di una leggenda, ma è un fatto che tanti nostri piatti ci raccontano la nostra Storia.

Filippo Soldi, regista e sceneggiatore.

Photos: Melozzo da Forlì (1477), Sisto IV nomina Bartolomeo Sacchi prefetto della Biblioteca Vaticana; la ricetta nel De honesta voluptate et valetudine di Bartolomeo Sacchi detto il Platina; il Torrazzo di Cremona e il particolare orologio astronomico.

 

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